Cherreads

Chapter 1 - Il Gusto dell'Oblio

Il tintinnio dei bicchieri di cristallo era l'unico suono capace di coprire il ronzio costante dell'ansia che gli premeva contro le tempie. All'interno del "Blue Memory", un piccolo bar seminascosto in un vicolo della metropoli moderna, l'aria era densa di fumo di sigaretta e dell'aroma dolciastro del caffè tostato.

Lui sedeva al bancone, in un angolo dove la luce della lampada a sospensione faticava ad arrivare. Il suo nome era un dettaglio che persino lui sembrava pronunciare con incertezza, come se la sua identità fosse scritta sulla sabbia durante una tempesta. Era un soldato, un cecchino dell'esercito, addestrato a sparare tra i battiti del cuore, a diventare un fantasma prima ancora che il bersaglio toccasse terra. Ma in quel bar, cercava solo di sentirsi vivo.

«Un altro, grazie,» mormorò, facendo scivolare il bicchiere vuoto verso il barista.

Proprio in quel momento, la porta del locale si aprì con un leggero scampanellio. Entrò una ragazza. Non era vestita in modo appariscente, ma portava con sé una luce che sembrava stonare con l'oscurità del locale. Si guardò intorno con un'espressione curiosa, quasi cercasse qualcosa che non riusciva a ricordare. I suoi occhi si posarono su di lui. Per un secondo, il mondo intorno sembrò fermarsi. Il rumore del traffico fuori svanì e persino l'ansia che lo tormentava si placò, sostituita da un brivido sconosciuto.

Lei si sedette a due sgabelli di distanza. «Sbaglio o questo posto sembra un rifugio per persone che non vogliono essere trovate?» chiese lei, sorridendo. La sua voce era limpida, un suono che il protagonista sentì il bisogno di registrare nella mente, come se temesse che potesse svanire da un momento all'altro.

«Forse è così,» rispose lui, voltando appena il capo. «O forse è per chi ha già dimenticato dove doveva andare.»

Lei rise sommessamente. «Sono Sophie. E tu hai l'aria di qualcuno che ha visto troppe cose attraverso un mirino di precisione.»

Lui si irrigidì. Era un'osservazione troppo acuta per una sconosciuta. Prima che potesse rispondere, una strana sensazione di gelo gli risalì lungo la schiena. Non era il freddo dell'aria condizionata. Era qualcosa di primordiale, la sensazione di un predatore che ti osserva dall'erba alta.

Voltò lo sguardo verso il fondo del bar. Seduto in un tavolo nell'ombra più assoluta, c'era un uomo. Indossava un abito scuro, perfettamente stirato, e le sue mani erano intrecciate sopra il tavolo. Non stava bevendo, né mangiando. Semplicemente, fissava il protagonista. Il suo viso era regolare, quasi bello, ma i suoi occhi... non c'era luce in quegli occhi. Erano come due pozzi neri che assorbivano ogni raggio di speranza che li attraversava.

Era l'Alieno. Ma in quel momento, il protagonista non sapeva ancora cosa fosse quell'essere. Sentiva solo che quella figura umana nascondeva un vuoto incolmabile.

L'uomo in nero accennò un sorriso impercettibile, un movimento delle labbra che non coinvolgeva il resto del volto. Era come se stesse studiando un insetto raro sotto un vetrino. Il protagonista sentì il polso accelerare. La sua mano destra, per puro istinto militare, si mosse verso il fianco, dove di solito portava la pistola d'ordinanza, ma lì non c'era nulla. Era un civile in quel momento, o almeno fingeva di esserlo.

«Tutto bene?» chiese Sophie, notando il suo pallore.

«Sì... solo una sensazione,» rispose lui, riportando l'attenzione su di lei. Ma quando guardò di nuovo verso il tavolo nell'ombra, l'uomo era sparito. Non c'era stato il rumore di una sedia spostata, né il suono di passi. Semplicemente, il posto era vuoto, come se non fosse mai stato occupato.

Il protagonista sentì una goccia di sudore freddo scivolare lungo la nuca. L'ansia tornò, più forte di prima. Sentiva che la sua vita ordinata tra caserma e bar stava per essere fatta a pezzi. Qualcosa si stava nutrendo della realtà stessa, e lui, per qualche motivo oscuro, era al centro di quel banchetto.

«Sai, Sophie,» disse lui, con una nota di urgenza nella voce, «c'è un'antica leggenda che dice che il mondo finisce ogni volta che qualcuno dimentica l'amore della sua vita. Spero che tu abbia una buona memoria.»

Lei lo guardò colpita, il sorriso che si faceva più dolce e malinconico. «Ho una memoria di ferro. E tu?»

Lui non rispose. Guardò il riflesso del proprio volto nel bancone lucido. Vide i suoi occhi, stanchi e segnati dalla guerra, e per un istante gli sembrò che la sua stessa immagine stesse sbiadendo, come una vecchia fotografia esposta troppo a lungo al sole. L'Alieno era lì fuori, da qualche parte, e il banchetto era appena iniziato.

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