Cherreads

Atomi dell'eternità

nicmar87
7
chs / week
The average realized release rate over the past 30 days is 7 chs / week.
--
NOT RATINGS
185
Views
Synopsis
Etan non ha mai conosciuto un solo istante di vera solitudine. Da che ha memoria, una voce tagliente, cinica e pericolosamente intuitiva di nome Tsuki vive nella sua mente. È la "strega" nella sua testa, una presenza cresciuta insieme a lui, che condivide i suoi pensieri, i suoi sensi e ogni suo respiro.
VIEW MORE

Chapter 1 - Due anime, un respiro

Il silenzio della sua stanza non era una scelta, era una necessità. Etan fissava la parete nuda, dove non pendeva nemmeno un quadro, e aspettava che il ronzio nelle sue tempie si placasse. Aveva diciassette anni, eppure viveva ancora in quel guscio di pietra asettica, come un prigioniero che teme la sua stessa ombra.

Si infilò i guanti di cuoio nero. Le cuciture gli mordevano i polsi mentre tirava il materiale finché non aderì perfettamente alla pelle.

«Ancora paura di un tocco?» sibilò la Voce, stiracchiandosi nel buio della sua mente. «Pensi davvero che un pezzo di pelle morta possa fermarmi? Senti come prude il palmo? Vuole toccare qualcosa. Vuole... cambiare il mondo.» quando Etan aveva appena cinque anni. Stava giocando nel giardino privato del palazzo, all'ombra di un vecchio salice, sotto la sorveglianza distratta di una giovane domestica che gli sorrideva mentre rammendava un panno. Fu in quel momento che la sentì per la prima volta: una vibrazione acida nel cranio, una Voce che non veniva dall'esterno, ma dalle profondità del suo stesso sangue.

Guarda come ti fissa con quella finta dolcezza, sibilò la presenza, rigurgitando un odio viscerale e un rancore che non appartenevano a un bambino. È una serva della materia, un parassita. Vendicati, Etan. Senti come pulsa il suo cuore? Rendilo immobile. Rendilo... perfetto.

Etan, confuso e spaventato, allungò una mano verso la donna per cercare conforto. Ma non appena le sue dita sfiorarono il braccio della domestica, la Voce ruggì di piacere. Sotto il tocco del bambino, il corpo della donna subì una metamorfosi atroce: il sangue nelle sue vene si trasformò in piombo fuso, i tessuti si irrigidirono in una frazione di secondo e la pelle mutò in una lega metallica grigiastra. La donna non riuscì nemmeno a gridare; rimase bloccata in una posa di puro terrore, una statua di metallo pesante che crollò sull'erba con un tonfo sordo, schiacciando i fiori sotto il suo peso innaturale.

Etan rimase a fissare quel cadavere di metallo, urlando finché la gola non gli sanguinò. Da quel giorno, il giardino divenne il suo cimitero personale e la Voce non lo lasciò mai più, nutrendosi del suo senso di colpa. Capì che il suo tocco non portava vita, ma una distorsione della realtà alimentata dalla vendetta di qualcosa che viveva dentro di lui. Fu allora che chiese i suoi primi guanti, giurando che non avrebbe mai più permesso a quell'odio di toccare qualcuno a cui voleva bene.

Etan ignorò il brivido e si voltò quando la porta si aprì. Lady Elara entrò con il fruscio della seta verde, ma i suoi occhi ebbero quel solito, impercettibile scarto. Non guardava lui; cercava qualcun altro nel suo riflesso.

«Sei pronto,» disse lei, ed era una sentenza, non una domanda. Si fermò a distanza di sicurezza. «Tuo padre ci aspetta. Ricordati, Etan: niente scene. Per una volta, prova a essere normale.»

«Dillo, madre,» la schernì la Voce. «Dì che preferiresti avere qui qualcun altro al posto suo. Qualunque cosa sarebbe meglio di questo scarto, non è vero?»

«Sarò invisibile,» rispose Etan, la voce piatta.

Mentre seguiva la madre lungo i corridoi, lo sfregamento del cuoio contro le sue dita richiamò a galla il primo, vero squarcio nella sua vita.

Le porte del salone si spalancarono. Il banchetto era un'esplosione di luci. Etan si sistemò in un angolo, ma due giovani donne in abiti costosi si fermarono poco lontano. Riconobbe subito quegli sguardi: erano le stesse del gala di anni prima.

«Ancora i guanti, Etan?» sussurrò quella in azzurro. «I tuoi genitori sembrano così stanchi... dev'essere un peso doversi occupare di una cosa come te.»

Etan strinse i pugni. Il ricordo di quando aveva dodici anni bruciava ancora.

Qualche anno prima Etan fu portato ad un altro gala, aveva circa dodici anni e una giacca di velluto che gli stringeva i polmoni, quel silenzio era l'unica cosa che rendeva sopportabile il fragore del banchetto che infuriava nel salone principale. Si era rifugiato dietro una colonna massiccia, premendo la fronte contro la pietra fredda.

Sua madre, Elara, lo aveva lasciato lì solo un istante prima, con una carezza che sembrava più un avvertimento che un gesto d'affetto. «Cerca di essere gentile, Etan. Sorridi. Dimostra che puoi farcela», gli aveva sussurrato. Non gli aveva chiesto di divertirsi, gli aveva chiesto di non fallire.

«Senti come trema la sua voce?» sibilò la Voce. Non era il ruggito bestiale dei suoi cinque anni; ora era un sussurro viscido, colto, che si insinuava tra i suoi pensieri come fumo nero. «Non le importa se stai male. Le importa solo che tu non faccia scenate davanti ai suoi amici importanti.»

Etan si strinse nelle spalle, cercando di zittirla, ma il ronzio del mondo esterno stava per essere sostituito da qualcosa di peggio.

Due ragazzine sbucarono dall'angolo, nuvole di tulle e pizzi pastello che parevano galleggiare sul pavimento lucido. Si fermarono a pochi passi da lui, fissandolo con quella curiosità crudele che solo i bambini sanno avere.

«Eccolo qui,» disse quella in abito azzurro, agitando un ventaglio con aria di superiorità. «Il figlio segreto dei Valerius. Mia madre dice che sei malato di mente, ma a me sembri solo... strano. Perché porti sempre quei guanti neri? Hai le mani sporche di fango o sei un mostro?»

L'altra, col nastro pesca tra i capelli, ridacchiò coprendosi la bocca con le dita guantate di seta. «Scommetto che non ha nemmeno le dita. Sotto i guanti nasconde degli artigli, come le bestie che papà caccia nei boschi.»

Etan sentì il calore risalire lungo il collo. I suoi palmi iniziarono a sudare contro la pelle dei guanti, la barriera che impediva al mondo di trasformarsi in piombo o carne morta.

«Non stare lì a farti umiliare da queste oche,» lo incitò la Voce, ridendo di un suono metallico. «Guarda la biondina... sembra un bignè andato a male. Dille che è brutta. Dille che fa schifo. Fallo ora, Etan. Mordile con le parole, visto che non puoi usare le mani.»

Etan alzò lo sguardo, gli occhi carichi di un'acidità che non apparteneva a un bambino.

«Andatevene via,» sibilò, con la voce che gli tremava.

«Oh, parla allora!» esclamò la ragazza in azzurro, facendosi più vicina, quasi a sfidarlo a toccarla. «Facci vedere le mani, Etan. Sei un mostro o sei solo un vigliacco che ha paura di due ragazze?»

Etan sentì qualcosa spezzarsi. La rabbia suggerita dalla Voce divenne la sua.

«Il tuo vestito è orrendo,» sputò lui, con una cattiveria improvvisa e tagliente. «Sembri una torta venuta male. E tu... quel nastro ti sta malissimo. Mia madre dice che le persone brutte come voi non dovrebbero venire alle feste a dare fastidio agli altri. Siete solo due oche stupide e brutte. Sparite!»

Le ragazze sgranarono gli occhi, ammutolite dall'insulto diretto. Quella in azzurro gonfiò il petto, con le lacrime che già premevano per uscire, ma prima che potessero rispondere, un'ombra alta e severa si parò dietro di loro.

«Etan!»

Lady Elara era lì. Il suo viso era una maschera di ghiaccio e delusione. Le due ragazzine scapparono via in un istante, lasciandolo solo con sua madre. Elara non lo prese tra le braccia. Lo afferrò per un braccio, la presa ferrea che non ammetteva repliche, e lo trascinò brutalmente in una nicchia del corridoio.

«Come hai osato?» ringhiò lei a bassa voce, il viso contratto per la delusione. «Ti abbiamo portato qui facendo uno sforzo enorme, rischiando tutto per darti una possibilità, e tu ti comporti come un bullo maleducato? Abbiamo passato anni a nascondere quello che sei, e tu sputi veleno a due bambine per un capriccio?»

«Ma mamma... loro dicevano che sono un mostro...»

«Taci!» Elara lo scosse con una fermezza che gli mozzò il fiato. «Non m'importa cosa hanno detto loro! Tu non sei come gli altri, Etan. Tu non hai il diritto di sbagliare. Se ti comporti così, la gente non vedrà un bambino offeso, vedrà il mostro che abbiamo paura tu stia diventando. Vuoi finire rinchiuso in una cella per sempre? È questo che vuoi? Che ti portino via da me perché non sai controllarti?»

Etan abbassò la testa, sentendo le lacrime bruciare come acido. Sua madre non lo stava difendendo. Lo stava rimproverando perché non riusciva a essere il figlio perfetto che lei poteva mostrare con orgoglio.

«Ascoltala bene, Etan,» sussurrò la Voce, e questa volta il suo tono era quasi dolce, di una pietà terrificante. «Vedi? Avevo ragione io. Lei non ti vuole per come sei davvero. Non le importa nulla del tuo dolore o di quelle oche. Lei vuole solo un figlio normale, un bel manichino da sfoggiare. Di te, di quello che senti, non le importa un bel niente. Ti vuole cambiare perché si vergogna della tua esistenza.»

Etan tremava, incapace di rispondere alla madre che continuava a fissarlo con quegli occhi pieni di pretese e terrore.

«Le ragazze avevano ragione, lo senti?» continuò la Voce, scavando un abisso nel suo petto. «Sei un mostro. Tua madre lo sa, per questo ti sgrida. Per questo ti nasconde in stanze vuote. Non sei un bambino, sei un errore che lei cerca disperatamente di correggere. Sei solo, Etan. Lei ama l'idea di te, non te. Io sono l'unico che ti accetta.»

«Mi dispiace,» sussurrò Etan. Ma mentre lo diceva, non guardava sua madre. Guardava l'ombra sul pavimento. Accettando, per la prima volta, di essere esattamente ciò che tutti temevano.

«Il tuo vestito è orrendo,» aveva sputato Etan quel giorno, difendendosi dai loro insulti. «Sembri una torta venuta male.»

Ma Elara lo aveva trascinato via, furiosa. «Tu non sei come gli altri, Etan! La gente non vedrà un bambino offeso, vedrà il mostro che abbiamo paura tu stia diventando!»

Etan aveva capito allora che l'amore di sua madre era solo un tentativo di correggere un errore. Ma la conferma definitiva era arrivata un anno dopo, quando i genitori, disperati, lo avevano portato al cospetto del Grande Saggio delle Terre Alte.

Etan ricordava la stanza circolare, l'odore di incenso e il vecchio seduto su un trono di radici. Il Saggio aveva posato una mano sulla fronte di Etan, chiudendo gli occhi per scrutare la sua anima. Il silenzio era durato un'eternità, i genitori salutarono il saggio con cortesia e lui si rivoltò a ethan dandogli parole di conforto vuote, ma negli occhi c'era qualcosa di strano , come se stesse cercando qualcosa dietro di lui:

Pochi mesi dopo la nascita, i genitori portarono il piccolo Etan dal Grande Saggio della Capitale per il rituale del Livello di Magia. Valerius ed Elara attendevano con il fiato sospeso, ma il responso fu una sentenza gelida: il saggio scosse il capo, dichiarando che il bambino non aveva un briciolo di Mana in corpo e che, con ogni probabilità, non sarebbe mai stato in grado di usare la magia.Mentre uscivano dalla sala, però, il vecchio saggio si bloccò: per una frazione di secondo, aveva visto nell'ombra del neonato una seconda ombra inquietante, una sagoma scura che restava immobile accanto a quella del piccolo. Si strofinò gli occhi, convincendosi che fosse solo un gioco di luci delle candele, ma il dubbio gli lasciò un brivido sulla schiena.

Elara era scoppiata in pianto, per la perdita definitiva di quel "figlio perfetto" che il Saggio aveva appena dichiarato inesistente.

Il mondo, per Etan, non era mai stato fatto di oggetti materiali, ma di un ronzio incessante. Seduto all'immenso tavolo di quercia, fissava le proprie scarpe lucide cercando di ignorare la vibrazione degli atomi che gli martellava il cranio. Indossava guanti di pelle scura, la sua unica difesa contro il caos della materia.

Per il mondo, il figlio del Ministro Valerius era solo un ragazzo fragile che non era mai andato a scuola; in realtà, Etan era un prigioniero di se stesso, per poter placare la voce, ethan era costretto a mordersi la lingua anche a sangue o infilzarsi con forchette o quello che trovava;

a sette anni, Una notte, schiacciato dal peso di un'esistenza che non aveva chiesto, decise che l'unico modo per liberare i suoi genitori e mettere a tacere quel tormento era farla finita. Si sfilò un laccio di cuoio dalla giacca e, nel buio della sua stanza asettica, cercò di strozzarsi. Ma mentre l'aria veniva a mancare e la vista si offuscava, accadde qualcosa di inaspettato: per la prima volta, la Voce urlò di terrore puro. Non era più il ruggito d'odio di un predatore, ma il pianto disperato di chi vede spalancarsi l'abisso.

In quel momento di agonia, Etan scoprì la verità: il legame era un canale a doppio senso. Se lui provava dolore, la Voce soffriva con lui; se lui moriva, lei svaniva nel nulla. Sentì le emozioni della presenza fondersi con le sue, una vibrazione di paura primordiale che li rendeva un'unica cosa. Da quella notte, Etan iniziò un addestramento brutale e segreto. Ogni giorno, si infliggeva piccoli dolori fisici - morsi sulla lingua, unghie piantate nella carne, scottature - per costringere la Voce alla sottomissione attraverso la sofferenza condivisa.

Paradossalmente, questo macabro rituale portò a una tregua. La Voce, capendo che la propria sopravvivenza dipendeva dalla stabilità di Etan, iniziò a placarsi. Non si zittì, ma il suo grido si trasformò in un sussurro costante, leggero e presente come un respiro alle spalle. Non era più un'entità che sovrastava i suoi pensieri, ma un'inquilina consapevole che entrambi erano legati allo stesso destino. Era nata una simbiosi fatta di sangue e silenzio: Etan accettava la sua presenza, e la Voce accettava di essere, almeno in parte, contenuta.

Guarda come fingono, sibilò la Voce nella sua testa, intrisa di una collera sorda. Tua madre sorride, ma è solo polvere che aspetta di tornare terra.

Lady Elara, seduta alla sua destra, percepì la tensione del figlio. Il fruscio del suo abito di seta verde smeraldo accompagnò il suo movimento mentre si chinava verso di lui. Come ex Capo Gilda dei Maghi, Elara era l'unica, insieme al marito, a conoscere il peso che Etan portava nel petto. Gli posò una mano sulla nuca, mormorando una formula antica. Un calore azzurrino fluì dalle sue dita: un incantesimo di sollievo che fece arretrare la Voce, ma solo per un istante.

Etan si alzò meccanicamente, seguendo il passo solenne dei genitori verso il capotavola. Lord Valerius gli teneva una mano sulla spalla, guidandolo tra i tavoli ricoperti di broccato. Fu in quel tragitto che Etan le vide: le due ragazze antipatiche di prima, avvolte in vestiti dai colori pastello, che ridevano con una vanità che sembrava quasi emanare calore.

Al loro collo brillavano ciondoli imponenti, che le giovani toccavano in continuazione per attirare l'attenzione. Ma per Etan non c'era bellezza. Attraverso la sua strana percezione, sentiva che la materia di quegli oggetti era "storta". Non era l'essenza densa e pura dell'oro, ma un miscuglio povero, alterato solo per ingannare la vista. Un falso che strideva contro la sua sensibilità come unghie sulla pietra.

Arrivarono finalmente davanti a Marcus. L'uomo dai lunghi capelli bianchi si alzò lentamente. Guardò Lord Valerius, e nei suoi occhi Etan vide balenare un'invidia gelida, il rancore di chi desidera il prestigio altrui. Poi il suo sguardo scivolò sulla madre, Elara: lì l'invidia si mescolò a una dolcezza ambigua, un desiderio malato di possedere la sua luce.

Quando Marcus abbassò gli occhi su Etan, il ragazzo rispose con un inchino appena accennato e un saluto così freddo da far calare il gelo tra loro.

Lord Valerius e Lady Elara non erano nati per stare insieme; erano due forze della natura destinate a scontrarsi. Si erano incontrati da bambini tra i banchi della Reale Accademia, un luogo di polvere e tomi antichi dove il loro amore era sbocciato come un segreto tra le ombre della biblioteca. Lui, il prodigio della geologia magica; lei, la ribelle che già allora sussurrava alla Trama. Si amavano di un amore feroce, che era diventato leggenda nel regno.

Quando Elara rimase incinta, la sua gioia fu venata da una certezza assoluta, nata dalla sua sensibilità di Capo Gilda: sentiva due cuori battere nel suo grembo, due scintille di vita distinte e vibranti. «Sono gemelli», ripeteva a Valerius, accarezzandosi il ventre con una venerazione quasi mistica. Eppure, la notte del parto, il mondo sembrò trattenere il respiro. Tra grida e ombre, nacque un solo bambino: Etan. Elara lo cercò con lo sguardo, confusa, cercando l'altro battito che aveva protetto per mesi, ma non c'era nessuno. I guaritori e Valerius la consolarono con una spiegazione razionale e fredda: si era evidentemente sbagliata, un abbaglio causato dal troppo potere e dal desiderio di madre. Elara aveva smesso di parlarne, ma il dubbio le era rimasto inciso negli occhi, ogni volta che guardava Etan e la strana, doppia natura del suo tormento.

La verità si manifestò poco tempo dopo, in una notte che i genitori non avrebbero mai dimenticato. Mentre Etan riposava, Elara entrò nella stanza e restò paralizzata dall'orrore: la culla di legno non era più un oggetto inerte, ma si era trasmutata in un essere vivente malvagio, una creatura fatta di venature lignee simili a muscoli e schegge come denti, che fremeva pronta a divorare il piccolo. Elara reagì d'istinto, usando la sua magia per disintegrare l'abominio prima che fosse tardi. In quel momento, i genitori capirono: Etan non era privo di potere, possedeva qualcosa di oscuro, primordiale e fuori controllo. Per proteggerlo - e per proteggere il mondo da lui - presero una decisione drastica: Etan sarebbe cresciuto nel silenzio, lontano da occhi indiscreti, senza scuola né amici, prigioniero tra le mura dorate del palazzo.

la vita di Etan divenne quella di un fantasma. La sua stanza era un guscio asettico, privo di mobili, quadri o tappeti: ogni oggetto era un potenziale nemico che poteva prendere vita o mutare sotto il suo potere fuori controllo. Viveva protetto da barriere magiche che filtravano ogni rumore o traccia di mana esterno, una cella di silenzio assoluto per impedire alla sua mente di andare in pezzi. Questa segregazione forzata lo trasformò in un'anima spezzata; l'ansia sociale divenne un muro invalicabile. Per Etan, ogni essere umano era un fragile contenitore di vita che lui rischiava di distruggere, e ogni sguardo degli altri era una lama che cercava di penetrare nel suo segreto.

Marcus si portò al centro dello spazio libero, richiamando l'attenzione della sala con un gesto plateale delle mani. Il brusio si spense all'istante.

«Signori,» esordì Marcus, e la sua voce parve vibrare nelle ossa di Etan come un metallo arrugginito. «La magia che conosciamo è una gabbia un diamante grezzzo. Ci limitiamo a plasmare ciò che vediamo, ignorando la vera architettura dell'universo.»

Estrasse dalle vesti un oggetto perfettamente cubico, di un minerale nero così opaco da sembrare un buco nella realtà. Con uno schiocco delle dita, il cubo si sollevò, restando sospeso a mezz'aria. Iniziò a oscillare, prima lentamente, poi con una frenesia che sfidava la forza di gravità, emettendo un fischio acuto che fece vibrare i cristalli dei lampadari.

Sotto gli occhi sbalorditi dei presenti, la geometria del cubo collassò su se stessa per poi espandersi in direzioni che l'occhio umano non poteva seguire. Non era più una figura tridimensionale; gli spigoli si piegavano verso l'interno e l'esterno simultaneamente, rivelando angoli impossibili e volumi che trascendevano la fisica. Era un oggetto a quattro dimensioni, una reliquia fisica che sembrava strappata al regno della divinità e costretta nel mondo mortale.

Quell'orrore non dovrebbe esistere, sibilò la Voce, questa volta con una nota di autentico timore. Sento la materia che urla per il dolore. Etan, guarda... guarda come si spezza la materia.

Etan rimase pietrificato. Per la prima volta nella sua vita, il ronzio costante della materia si era interrotto, sostituito da un silenzio innaturale e assoluto che proveniva da quel cubo. Cercò di penetrare la struttura dell'oggetto con i suoi sensi, di saggiarne la densità o la grana, ma non sentì nulla. Per lui, quell'oggetto era un vuoto totale, un'assenza di vibrazione che lo spaventava più di qualsiasi rumore. Vedeva ciò che vedevano gli altri: una forma che si torceva in direzioni impossibili, ma non ne percepiva l'essenza. Era cieco davanti a una divinità geometrica.

Dentro la sua testa, la Voce mutò drasticamente. La collera e l'invidia sparirono, lasciando il posto a un terrore puro, viscerale. Non c'era più traccia di scherno nel suo tono, solo una supplica disperata che gli fece gelare il sangue.

Etan... per favore... sussurrò la presenza, la sua voce tremante come quella di una bambina terrorizzata. Allontanati. Ti supplico, portaci via da qui. Non sento più le pareti del mondo... quell'oggetto ci sta mangiando. Scappa, Etan. Scappa!

Marcus schioccò nuovamente le dita. Con un movimento fluido e innaturale, il cubo si placò all'istante, tornando a essere un solido nero e immobile sospeso a mezz'aria. Il fischio cessò, lasciando nella sala un silenzio così denso da poter essere tagliato con un coltello.

Etan, con il respiro corto e il cuore che batteva all'impazzata, approfittò del momento di distrazione generale per indietreggiare. Si rifugiò in un angolo in ombra, sedendosi su una sedia isolata. Si guardò le mani, stringendo i guanti di pelle come se fossero l'unica cosa che lo teneva ancorato alla realtà.

«Sempre il solito asociale, vero Etan?»

Le due ragazze di prima lo avevano raggiunto. Quella in abito pesca si pavoneggiava, facendo oscillare il ciondolo con dita cariche di anelli.

«Perché fissi le scarpe? Dovresti ammirare il capolavoro di Marcus, invece di startene qui nell'ombra,» disse la seconda, quella in azzurro, con una risatina sprezzante. «O forse sei troppo occupato a invidiare la bellezza dei nostri gioielli? Sono pezzi unici, sai? Non ne esistono altri uguali in tutto il regno.»

Etan alzò lentamente lo sguardo. La Voce nella sua testa, ancora scossa dal terrore di poco prima, ricominciò a pungere con un'invidia difensiva. Egli osservò le pietre e il metallo sui loro petti; ora che il cubo era fermo, la sua capacità di "sentire" la materia era tornata, ed era più nitida che mai.

«Dove avete detto di averli presi?» chiese Etan, la voce sottile ma ferma.

Sono costati una fortuna, piccolo Ministro,» ribatté quella in abito pesca, gonfiando il petto con stizza. «Solo l'oro più puro della Capitale brilla così.»

Etan inclinò la testa, fissando quel metallo privo di anima. «Siete state imbrogliate,» disse con una freddezza che le fece trasalire. «Questo non è oro. È un falso alchemico, magnetico e vuoto. È...

Mentre parlava, la Voce nella sua testa tornò a ruggire, ma non era più la supplica di prima. Era una rabbia cieca, un desiderio di distruzione alimentato dall'umiliazione del terrore appena provato.

Guarda quelle smorfie di superiorità, sibilò la Voce, graffiando le pareti della sua mente. Perché ti limiti a toccare il metallo? Afferra quei capelli dorati e strapp...

Marcus si chinò ancora di più, il suo respiro freddo come il marmo colpiva il viso di Etan. La sua voce mutò, diventando una vibrazione scheletrica, pesante, gonfia di un'invidia così densa da sembrare tangibile. Iniziò a tartassarlo, le parole uscivano veloci come colpi di martello, senza lasciargli spazio per respirare. Lì il braccio si mosse da solo,tolse un pezzo dai guanti per far uscire un dito che sfiorò uno dei ciondoli, le ragazze si allontanarono di scatto da ethan , pensando che le voleva strappare le collane, e scapparono , incuranti che aveva cambiato la composizione molecolare del ciondolo trasformandolo in purissimo oro, era la prima volta che etha usava il suo potere anche se non lo aveva fatto cosciamente.

Un'ombra si manifestò dietro di lui, pesante e fredda era Marcus.

«Come hai fatto? Rispondimi!» esalò Marcus, le sue pupille che roteavano frenetiche nei globi oculari. «Non ho sentito il Mana vibrare intorno a te. Non hai tracciato sigilli, non hai pronunciato sillabe di potere. Nulla! Nessun incantamento... nessuna Trama evocata...»

Si fermò a un millimetro dal naso di Etan, il volto deformato da una rabbia che gli faceva tremare le labbra. Poi,con un tono che trasudava un odio profondo per le leggi della natura che Etan osava infrangere.

«Com'è possibile, Etan? Come riesci a creare l'oro dal misero ferro senza passare attraverso l' alchemico? Come puoi... riscrivere la sostanza stessa con un semplice tocco? Sono forse i guanti?»

Marcus lo afferrò per le spalle, le sue dita immobili, salde come spranghe lo stringevano come artigli. «Dimmi il segreto! Perché tu puoi e io no?, con tutta la mia sapienza, devo ancora ricorrere a questi trucchetti da saltimbanco?»

Indicò con un cenno folle il cubo sospeso al centro della sala. In quel momento, la Voce nella testa di Etan si ridestò. Non era più una supplica, era un grido di guerra che risuonava come un rintocco funebre.

Proprio mentre la pressione nella testa di Etan stava per diventare insopportabile, una mano ferma e gelida si intromise tra lui e il predatore. Lady Elara si era avvicinata con la rapidità di un falco, il suo sguardo di ghiaccio.

«Marcus, credo che mio figlio abbia avuto abbastanza emozioni per una sera sola,» disse con una voce che non ammetteva repliche, emanando un'aura di potere che fece arretrare la bava invisibile sul volto dell'uomo.

Marcus non si mosse subito. La sua mano destra rimase ancorata alla spalla di Etan, le dita immobili trasformate in una morsa d'acciaio. Non era una stretta protettiva; era una presa possessiva, talmente brutale che Etan sentì l'osso della clavicola scricchiolare.

Marcus sorrise, un gesto con gli occhi iniettati di odio. «Non scapperai, Etan. Non ora che ho visto di cosa sei capace.»

Uccidilo! urlò la Voce, che ora non era più sottile, ma un ruggito di pura collera. Spezzagli quelle dita di merda prima che sia lui a spezzare noi! Senti come gode del tuo dolore? Fallo sanguinare!

La tensione tra Elara e Marcus divenne palpabile, un'elettricità statica che faceva rizzare i peli sulle braccia di Etan. Si fronteggiavano come due predatori feroci sopra una preda indifesa: Elara era la leonessa che proteggeva il cucciolo con le zanne scoperte, mentre Marcus era l'avvoltoio pronto a staccare brandelli di carne pur di possederne il segreto. La morsa di Marcus sulla spalla di Etan non accennava a mollare; le sue nocche erano bianche, la pressione talmente cieca da far gemere le articolazioni del ragazzo.

Fu allora che la Voce, invece di contare, cambiò registro. Si fece vicina, un sussurro viscido e rovente direttamente contro il suo timpano.

Basta soffrire, Etan. Senti come ti stringe? Ti vede come un oggetto, un giocattolo da smontare. La Voce rise, un suono di pura malvagità e collera TOCCALO!. Lasciami uscire e ti prometto che non stringerà mai più nulla in vita sua.

Etan, accecato dal dolore alla spalla e dalla pressione psicologica, obbedì. Con un gesto frenetico del dito libero da prima lo toccò.

Non appena la sua pelle nuda entrò in contatto con la mano di Marcus, l'aria parve congelarsi per poi esplodere. Un calore agghiacciante, una temperatura impossibile che non bruciava ma annichiliva la materia, si sprigionò dal palmo di Etan. Marcus emise un urlo disumano e mollò la presa istantaneamente; la sua pelle, nel punto del contatto, era diventata di un grigio cenere, come se la vita fosse stata risucchiata via in un istante.

«ma è bellissimo, meraviglioso ancora!ancora! mostrami acora!!!!» ringhiò Marcus, il volto ora completamente trasfigurato da una gioia sadica.

Non indietreggiò. Invece, alzò la mano destra e schioccò le dita due volte, con un suono secco che rimbombò come uno sparo.

Il cubo nero, fino a quel momento immobile, impazzì. Iniziò a sobbalzare furiosamente per tutta la stanza, rimbalzando contro le pareti e il soffitto con una velocità che l'occhio umano non poteva seguire. Non era un urto fisico: ovunque il cubo toccasse qualcosa, quella parte di materia spariva nel nulla. Un cameriere che cercava di fuggire venne sfiorato alla spalla; non ci fu sangue, non ci fu dolore, solo un buco perfetto dove prima c'era l'osso e la carne. La sua stessa esistenza veniva assorbita da quell'orrore a quattro dimensioni.

Il banchetto si trasformò in un mattatoio silenzioso.

Guarda! urlò la Voce, eccitata dal caos. Il mondo si sta sbriciolando! È bellissimo, Etan! È ora di mostrare a questo verme di cosa è capace il vero oro!

Etan crollò a terra, le ginocchia che battevano sul marmo con un suono secco. Non riusciva più a stare in piedi; il terrore gli aveva svuotato le membra, rendendole pesanti come piombo. Una macchia calda si espanse rapidamente sui suoi pantaloni eleganti, un segno d'umiliazione infantile che nemmeno notò, paralizzato com'era da quella visione da incubo. Non riusciva a gridare, non usciva un solo fiato, solo un tremito convulso che gli scuoteva le spalle.

Il cubo falciò l'aria sopra di lui. Suo padre, Lord Valerius, fece un passo avanti per fargli scudo, ma l'oggetto lo sfiorò. Senza un grido, senza una goccia di sangue, la testa di Valerius semplicemente cessò di esistere, cancellata dalla realtà. Il corpo del Ministro stramazzò in avanti, un manichino di carne e toga porpora che si accasciò nel silenzio più assoluto davanti agli occhi sbarrati di suo figlio.

«NO!»

L'urlo di Marcus squarciò il caos. Non era un grido di pietà per il Ministro, ma puro terrore di perdere il suo tesoro. «Etan! Fermati! Non lui! NO!»

Marcus vide il cubo rimbalzare contro una colonna e puntare dritto verso il ragazzo e sua madre. Elara, con il volto rigato dalle lacrime ma gli occhi accesi di un'ultima, disperata determinazione, afferrò Etan per la giubba, cercando di trascinarlo via. Ma il cubo era troppo veloce. Era una macchia nera che portava l'oblio.

In quell'istante, la mente di Etan andò in frantumi. Non c'era più spazio per la paura, solo per l'istinto di protezione verso l'unica cosa che gli restava.

Fallo ora! ruggì la Voce, non più cattiva, ma carica di una potenza primordiale. Prendi tutto! Chiudi tutto!serrati in una morsa! Con la bocca si tolse i guanti frettolosamente, nei suoi occhi brillava una luce azzurra in netto contrasto con i suoi marroni, i capelli si tinsero si bianco e la pelle sembrava avere un colore piu' roseo.

Etan tese le mani nude verso la madre. Tutto il ferro presente nella sala - i candelabri, le decorazioni delle pareti, persino le lame nelle guaine delle guardie - si scardinò con un boato fragoroso. Il metallo fluì come liquido nero nell'aria, convergendo verso di loro a una velocità folle. Prima che il cubo potesse toccarli, una sfera perfetta di metallo nero come la pece, opaca e impenetrabile, si sigillò intorno a Etan e sua madre, isolandoli dal resto dell'universo.

Etan urlò, un suono strozzato che non gli riconobbe nemmeno lui, e tese le mani nude verso il caos. «Proteggila! Proteggila!» gridò, rivolto alla materia stessa. Richiamò a sé ogni grammo di ferro, ogni frammento di marmo, ogni atomo disponibile per erigere uno scudo.

Stremato come se avesse corso chilometri, aveva il cuore che batteva a mille, si sentiva stanchissimo come se tutte le energie gli si fossero prosciugate in un solo istante, era ricoperto di sudore e il volto gli era tornato normale non riusciva più a muovere un muscolo.

Ma il suo potere, corrotto dal panico, non generò una barriera pulita.

Tra il silenzio e il buio intorno a lui e la madre , Si udì un suono viscido e metallico insieme. Lo scudo che sorse intorno a loro era un'aberrazione: una sfera pulsante di ferro, marmo e carne viva saldati in un'unica struttura senziente. Le decorazioni del soffitto si erano intrecciate alle membra degli ospiti; il marmo delle colonne era diventato muscolo. Etan si ritrovò prigioniero di un incubo architettonico.

Tutto in quella sfera soffriva. Le pareti di carne e metallo trasudavano sangue e olio, e mille mani emergevano dalla struttura, agitando dita monche e artigli di ferro. Per puro odio e panico da sofferenza, quelle mani iniziarono a ghermire Elara come se stessero cercando qualcuno che gli aiutasse ma che inevitabilmente lo trascinavano.

«Mamma!»

Etan guardò con orrore mentre le mani della sfera afferravano sua madre, torcendole le braccia e le gambe con una forza bruta, cercando aiuto folle in quel groviglio di agonia. Tra le pieghe di carne pulsante dove non aveva ne inizio ne fine, Etan riconobbe un riflesso dorato: la collana. La ragazza di prima era lì, ridotta a un ammasso di labbra che imploravano la morte e dita che graffiavano la schiena di Elara per non affogare da sola.

Dentro la sua testa, la Voce non rise. Per la prima volta, il tono era spezzato, privo di ogni traccia di cinismo.

È colpa nostra, Etan.... sussurrò la presenza, tremando insieme a lui. Ti prego... salvala. Salva la mamma. Fallo ora o la faranno a pezzi!

Etan sentì il legame tra lui e la Voce fondersi in un unico desiderio disperato. Tese la mano nuda verso il viso di Elara, che veniva trascinata via dalle membra del mostro. Il suo tocco non fu una carezza, fu un comando assoluto alla realtà.

«Basta»